Autore: Denise, 19 anni

Scrivo questa storia in un momento molto particolare della mia vita, poiché il coronavirus ha complicato una situazione di per sé già intricata. Ho 19 anni, e questo anno è stato sin ora il più bello e brutto della mia vita. Il coronavirus ha posto fine al mio primo anno da universitaria fuorisede, in cui finalmente avevo la possibilità di vivere la mia vita in maniera autonoma e indipendente. Sono stata costretta a rientrare a casa, un posto da cui volevo, seppur parzialmente, staccarmi. Mi sono ritrovata a vivere cercando di non pensare a cosa sarebbe accaduto il giorno successivo, perché l’idea del domani mi faceva sprofondare in uno stato d’incertezza tale da spaventarmi quasi. Era come guardare in un grosso buco, totalmente nero; e tutt’ora la sensazione è la stessa, se non peggiore. I problemi che mi avevano portato ad allontanarmi da casa si sono aggravati in maniera quasi irrimediabile, perché se è vero che il coronavirus ti impone di restare a casa, ti costringe anche a vivere sotto lo stesso tetto con persone che vorresti evitare, in una situazione che col protrarsi dei giorni diviene deleteria. Nonostante la situazione fortemente compressa, ciò che mi sento di dire è che il coronavirus non è la causa di ogni cosa, poiché in realtà mi ha semplicemente posto davanti alla verità di alcune cose che sono le stesse da sempre. Una pandemia globale è una tragedia nazionale, ti ritrovi tutti i giorni ad aspettare la conferenza delle 18 del capo della protezione civile, sperando di sentire qualche miglioramento; vai alla spasmodica ricerca di quando riapriranno la circolazione tra le regioni e di quando riapriranno le università. Cerchi un appiglio, qualcosa a cui aggrapparti e su cui costruire il futuro, seppur solo di immaginarlo. Da tutte queste cose brutte però, puoi trarre grande insegnamento. In questo momento, quando scrivo, non vivo una situazione personale affatto bella, non vivo in un ambiente sereno, e ciò compromette anche il mio studio. Nonostante tutto questo, il vero insegnamento è che finita la pandemia dovrò e dovremo avere il coraggio di non essere più gli stessi. Non migliori, ma se la vera forza è il cambiamento, allora dovremo essere diversi. Apprezzare la vita nella sua interezza, anche se questa ci ha portato e ci porterà più sofferenza che gioia. Se c’è una cosa che il covid mi ha insegnato è la caducità della vita, ovvero che il giorno prima sei lì e il giorno dopo non ci sei più, segno che non possiamo permetterci di vivere da ignavi. Lo scrivo quando ancora sono sommersa dagli effetti del covid e da tutte le sue conseguenze personali disastrose, non andrà tutto bene, perché già non ne siamo usciti indenni. Come mostri, tutti i miei problemi passati sono tornati a perseguitarmi, gli attacchi di panico per primi. Eppure, sono certa che io, come tanti altri in brutta condizione, saranno capaci di trarne il meglio, perché anche dalle cose brutte può nascere un fiore.

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