Autore: Antonio Marchese, 33 anni

Non dimenticherò il 28 Marzo 2020, di come la mia vita sia stata stravolta da uno tsunami, ed io da buon surfista principiante quale sono, in balia di quest’onda gigante non ho potuto far altro che farmi travolgere. Non dimenticherò mai il sudore, il senso di asfissia, la vista che si appanna, la stanchezza, la fame d’aria, la paura che ti si legge negli occhi, il dolore ed i segni che quei dispositivi ti lasciano sul viso, segni che in realtà vanno più in profondità, che ti toccano dentro fino allo strato più intimo dell’anima. Non dimenticherò le parole del primario che intorno alle 4.30 di notte, durante la gestione di 2 urgenze in contemporanea, quando vide comparire un paziente con disturbi psichiatrici alle sue spalle, totalmente nudo ed il solo catetere vescicale penzolante fra le sue mani, pronunciò: << Antonio, mi sembra di essere nel peggiore dei gironi dell’inferno dantesco! >>. Non dimenticherò mai la disperazione di un marito che non si rassegna a lasciar andare la moglie senza poterla vedere, toccare, accarezzare, abbracciare, baciare per l’ultima volta e che attraverso il telefono, con un tono melanconico mi chiede di farlo al posto suo, ma in realtà è troppo tardi: il covid ne ha già prosciugato i sensi, la morfina ha fatto il suo decorso, esala il suo ultimo respiro, un lenzuolo bianco per avvolgerla e ciò che resta è l’assordante silenzio dell’ultimo saluto che non sono riuscito a porgerle. Non dimenticherò mai il freddo, i brividi di una calda giornata di Aprile, una strana Pasqua. Prima il dolore alle gambe, di quelli che fai fatica a restare in piedi, poi la febbricola di notte che diventa febbre alta l’indomani, poi la tosse, quel fastidio al petto come se qualcuno te lo stesse schiacciando, la perdita dell’olfatto e del gusto…e allora il tampone: giù per la gola prima e poi ancora più giù per il naso. Quei gesti che sono abituato a compiere, d’improvviso li subisco: l’ago adesso infilza la la mia di vena e con un flusso lento riempie le provette che normalmente sono io ad impugnare. D’un tratto il sortilegio si compie: da infermiere mi sono trasformato in paziente, una sorta di incantesimo al contrario dove il principe baciato dal virus si trasforma in ranocchio. Mi sembra di vivere a testa in giù, il mio mondo improvvisamente si capovolge, avverto una strana sensazione, come se mi stessi guardando allo specchio ma l’immagine riflessa appare distorta, tutto diviene un po’ più sfocato, come in un brutto sogno da cui fai fatica a risvegliarti, solo che questa volta è tutto vero; per la prima volta sono io ad essere dall’altra parte.

Non dimenticherò quei lunghi 18 giorni trascorsi a casa in quarantena: i farmaci, il saturimetro ed il termometro appoggiati perennemente sul comodino. Il petto che si stringe fino a svegliarmi di notte, il fiato corto, la borsa pronta da giorni per un eventuale ricovero, la presenza e la vicinanza di tutti i miei cari; ero solo, eppure solo non mi ci sono mai sentito. Non dimenticherò nemmeno il 29 aprile 2020, il giorno della guarigione, un giorno liberatorio: ho combattuto faccia a faccia con questo nemico invisibile, ma alla fine ho vinto io! Oggi 15 Maggio 2020, sono disteso sul lettino di un ospedale, rido e scherzo con medici ed infermieri parlando del più e del meno come si fa al bar mentre si beve un buon caffè. In realtà ho un ago infilato in ciascun braccio, a sinistra mi viene infusa della soluzione Fisiologica per mantenermi idratato, dall’altro il mio sangue viene aspirato e attraverso un processo denominato aferesi né estraggono il plasma. Lo chiamano Plasma Iperimmune, viene iniettato in pazienti ammalati di Covid-19 e a quanto pare si sta affermando come una terapia dai risultati sorprendenti ed incoraggianti. Tanto è stato fatto, tanto c’è ancora da fare: ma ciò che mi premeva raccontarvi attraverso questa breve storia è il lato umano di una categoria alla ribalta, dimenticati e bistrattati per decenni, ora osannati come angeli ed eroi. In realtà noi siamo rimasti sempre gli stessi, professionisti della salute pronti a dare tutto, sempre in prima linea: mattina, pomeriggio, notte, feriali e festivi; spesso accantonando (momentaneamente) le cose importanti della nostra vita privata come gli affetti e la famiglia. Ci siamo sempre stati e sempre ci saremo, ma come esseri umani in carne ed ossa, che del prendersi cura dell’essere umano ne abbiamo fatto forse anche più di una professione, uno stile di vita che neanche il più abile degli scrittori potrà spiegare solo con le parole. Quindi se potete, non dimenticateci, perché io no: non dimenticherò! Antonio Marchese Infermiere presso Sezione Covid-19 Ospedale Policlinico San Martino di Genova

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